Edmund Husserl (la mente)

L’incredibile racconto della (mia) fenomenologia

Ci sono molti modi per avvicinarsi alla fenomenologia. Il mio è stato solo uno dei tanti. E’ che da piccolo volevo fare l’Archeologo. Poi col tempo mi convinsero che avrei fatto meglio a concentrare le mie energie a vario titolo sul mondo dei viventi, piuttosto che sulle persone che avevano già vissuto. Ma il mio scaffale continuò a riempirsi di manuali di storia, dai Sumeri agli Hittiti, passando per la Ebla di Matthiae e i Babilonesi, e ovviamente, al cuore di tutto, l’antico Egitto. Ci vollero poi altri  volumi di storia Greca e Romana per accompagnarmi alla riscoperta del Medioevo e infine, complice una tesi di laurea alquanto inusuale, ad un tuffo verticale nell’età dell’Umanesimo. In seguito l’approccio mio cambiò, e con il Dottorato entrai a pieno titolo nell’età barocca per il portone principale delle coppie Cartesio/Galileo, e Newton/Leibniz, il che portò, complice Deleuze, ad una ulteriore revisione delle mie abitudini, ora orientate più verso Kant e poi l’idealismo tedesco, che mi lasciò al tempo stesso basito e insoddisfatto. Fu quindi profonda, anche se breve, la soddisfazione di leggere Nietzsche, allora più di Marx, che mi fece piazza pulita di buona parte dell’ottocento romantico, e giunto quindi alle soglie di Bergson, e in seguito, della scuola di Marburgo passaggio obbligato per un Architetto in cerca di cultura, le oltrepassai, perchè in Facoltà si diceva che il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente nessuno lo avesse descritto con più penetrazione che Martin Heidegger, e che la rottura con il suo maestro riguardo al significato della fenomenologia avesse aperto la riflessione filosofica, e qualcuno vociferava anche politica, propria del Novecento.

Per capire Heidegger non basta leggere i suoi libri. Per capire Husserl sì. E dato che lo scopo di un libro, se non quello di “farsi capire”, certo più che “lasciarsi interrogare” è quello di “far capire”, mi appassionai; soprattutto del concetto che l’unico risultato davvero importante del pensiero non sono le sue costruzioni concettuali, per quanto ardite e ricche di sensi, ma la comprensione dei persorsi interiori della sua azione concettualizzante, i quali devono essere interrogati come fenomeni a se stanti, da osservare con fascino e ammirazione e senza prenderne parte, indagando invece le ragioni, le motivazioni, le passioni e le costruzioni del loro farsi; metteteci  anche quel bel carico che è il libro di Foucault, l’Archeologia del Sapere, e capirete perchè, come l’ho capito io, mi sembrò che mi si fosse chiuso un cerchio, e che la ruota avesse cominciato a girare.

Il passaggio fondamentale è però stato, senza dubbio, lo studio della  matematica, al quale, seppur senza raggiungere i livelli che mi ero prefissato, mi dedicai con perseveranza durante il Dottorato; sarà l’attitudine del costituirsi della matematica come insieme di luoghi e movimenti precisamente delineati ai quali viene affidato il compito di tratteggiare il potenziale logico con il quale un pensiero può esprimersi: ma non posso più discernere nei i miei ricordi tra lo studio dei manuali di matematica, e quello dei testi di Edmund Husserl. C’è da dire che lui stesso era approdato alla fenomenologia trascendentale, che di fatto è una teoria del pensiero contemporaneo, dopo essersi dotato di una profonda cultura scientifica, e attraversando un percorso di ricerche nella logica assai innovative; e questa matrice accomunerà in vario modo tanti personaggi che dopo di lui si interessarono e svilupparono la sua teoria, e tanti che la studiarono con passione.

Il suo progetto era difatti troppo ampio per risolversi nella vita di un sol uomo, e non ricordo di fatto un’altra filosofia che venne costruita con tale piglio collettivo, al punto che la disciplina in sè, la fenomenologia trascendentale, è divenuta ben più familiare del nome del suo fondatore; e neppure ricordo un’altra filosofia nella quale i suoi “successori” poterono ripartire dall’opera originaria, sviscerandola ed emendandola, ma comunque proseguendone senza mai contraddirne lo spirito e l’ambizione, il percorso di costruzione dalle fondazioni di una nuova cultura del pensiero; un pensiero che ambisce a farsi scienza nel senso suo più pregnante di pensiero consapevole, e incapace di porsi in contraddizione con le forze dell’istinto, della libertà, della creatività e dell’indeterminazione che grazie a questa consapevolezza ne saranno per sempre riconosciute come parti fondanti. Dico “successori”, perchè nello sterminato mondo della fenomenologia e delle sue variegate derivazioni filosofiche e disciplinari è possibile davvero, a mio avviso, stabilire una cronologia di autori che nel tempo hanno mantenuto la rotta lungo la traccia originaria del fondatore, alla ricerca del senso compiuto del trascendentale che c’è nell’uomo; tale, per me, è la successione ideale che collega Edmund Husserl a Aaron Gurwitsch, e a Giovanni Piana.

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