John Cage (l’ascolto)

What we re-quire  is  silence ;  but what silence requires  is  that I go on talking  .

Questo può sembrare strano, detto da un musicista.

E ancor più strano è pensare che da questa affermazione possa nascere una musica.

Come può una musica cercare il silenzio?

Niente di strano; ogni qualcosa è una eco di un niente.

E allora cosa fa, una musica che non cerca il silenzio?

Meglio ancora; cosa puoi farci tu, con questa musica?

Dai una spinta a ogni pensiero; cadrà facilmente.

E quando tutto è caduto, cosa resta?

Ma le cose non spariscono mica; nè sono mai davvero vuote in se stesse. Sentite qua:

La tecnica di maneggiare i materiali è, a un livello sensoriale, quello che la struttura è a un livello razionale: un modo di sperimentare il nulla.

Alla fine salta fuori che il silenzio delle cose è la loro vera ricchezza, che chiama a un legame, a un amore, a una attesa, nel quale le cose possono essere suscitate in infiniti modi, senza mai finire adombrate, senza il bisogno di racconti, sovrastrutture o metafisiche che tanto non saprebbero mai raccontarle davvero, nè tantomeno, coglierle nella loro essenza.

Allora la musica può davvero cercare il silenzio, perchè può spezzare il bisogno degli infiniti racconti nei quali nascondersi, e nasconderle, e alla necessità di leggere tra le cose comunque una storia, che è innanzitutto una proiezione del nostro tempo e di noi stessi che le cose in sè non hanno, può sostituire la necessità del vero ascolto.

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