Archivi categoria: A colori

Unfolding New York City

Questo è il racconto di un dramma urbano; della foresta di segni, cresciuta e ricresciuta sulla griglia urbana immutabile che ne è l’apparato radicale, e dell’umanità che la popola, sottobosco multiforme, suo vero sostrato vitale.

Un luogo, dove Roma e Atene si fondono, trasponendosi su quest’isola remota, quasi sospesa su di un passato che altrove è davvero passato, dove immense torri e ponti testimoniano di un sistema sovraordinato, necessario a che la vita del singolo si sviluppi con la piena coerenza che esso rende possibile, e dove lunghe Avenue formano nuove agorà lineari, fatte di marciapiedi e piani terra lungo cui si compra, ci si incontra, si riflette, si progetta.

Nella griglia urbana questa fusione trova la sua essenza: un reticolo regolare di piccoli lotti, divisi come in una astratta assegnazione di destini uguali, che garantisce a tutti le medesime possibilità; e tra queste la più rivoluzionaria, la possibilità di impiantare nel proprio lotto il proprio mondo, e di coltivarlo, come fosse particella di un immenso campo di orti urbani i cui frutti sono idee, progetti, visioni: cibo dell’umanità.

Da nessun’altra parte come qui la città stessa si fa incarnazione di una Legge, di una Costituzione; e così, una accanto all’altra, le visioni hanno preso corpo e si sono fatte segno, tanto che tutti i segni inventati o ereditati dagli uomini venuti qui dal mondo vi sono rappresentati con la stessa dignità, e si sono attestati, direi quasi con vera serietà disciplinare, trovando in questo modo la propria legittimazione.

Ne scaturisce una polisemia del tessuto priva in partenza dell’ambizione di ricomporre un quadro omogeneo; essa è infatti innanzitutto plurivocità di ricerca, trasposizione di suggestioni e percorsi che altrove nel mondo raramente si sono incontrati, e quasi mai si sono stratificati con tanta chiarezza archeologica; rileggere questo tessuto non può limitarsi al dato di partenza della banale giustapposizione: è svelare il suo costrutto multidimensionale, le intersezioni inscindibili, gli intrecci irrisolvibili che fanno della ricchezza del materiale semantico un’estrusione dinamica della griglia iniziale, nella quale la scala del segno trascende il suo uso originario, per dare genesi a quel dramma urbano che è innanzitutto un dramma semantico, rappresentazione di una inesauribile forza polimorfa e innovatrice. Un dramma al quale la scala vasta dell’ambiente naturale sul quale la città è sorta sembra partecipe, una natura che la città non ha mai espulso, ma assunto come elemento conclusivo, come orizzonte a cui tendere, come matrice sostanziale della quotidianità.

Queste foto sono solo l’accenno di una ricerca, lontana dall’esplorare l’immensa varietà di una simile sceneggiatura urbana, e alla quale avrei voluto dedicare ben altre forze!

L’auspicio è che qualcosa riescano comunque a raccontare, di una città a cui si arriva, per ripartire, perché da qui tutto deve ripartire, poiché tutto qui è arrivato, e se ha lasciato traccia di sé, in qualunque forma o veste o vestigia, è solo per ricordare che ogni traccia non è che un passo di un percorso più lungo, mai del tutto compiuto, del quale nessuno può ambire ad acquisire la totalità, ma solo compiere qualche tratto: forse sta nel senso di questa parzialità del singolo individuo come del singolo gesto, che allo stesso tempo apre ad una totalità più vasta e indecifrabile, la genesi del dramma, della vertigine e insieme, di una pace più sicura.

Qui potete trovare il link con le immagini pubblicate su Picasa

Italia, mon amour: viaggio nel paese che (r)esiste

Questo è il diario fotografico di un viaggio in un paese sconosciuto, che si chiama Italia. Questa italia non è il mio paese: io sono cresciuto in un grigio villaggetto alle porte del grande Appennino. Ho però sempre sentito parlare di questa Italia, ne sentivo parlare mentre la studiavo, e la leggevo, ne interpretavo i segni riportati sulla carta e sulle carte, mentre ci vivevo, senza accorgemene, in mezzo, e ne approfondivo persino la lingua. Era tempo che facessi la sua conoscenza. La prima cosa che mi ha stupito, mettendomi in cammino, è che ho trovato fosse un paese privo di una sua gente; c’era tanta gente, in giro, eppure questa Italia dimostrava ogni giorno di più di non avere un suo popolo, e coloro che chiamano gli Italiani, in realtà, questo paese, non lo abitano più. Abitano qualcos’altro: forse un paese parallelo, che si è insediato negli stessi suoi confini geografici, che ne condivide gli orizzonti, e forse, persino le strade, ma che, piano piano, ha esautorato il paese antico, che così, sempre pian piano, ha cominciato a vivere di una sua esistenza parallela, di una vita propria, solitaria e silenziosa; proprio come la mia. Ho così scoperto che solo pochi dei così detti Italiani in realtà vivono in Italia; e che chi sceglie di farlo, sa di dover affrontare una vita dura, da pioniere di terre ostili e dimentiche, terre direi quasi marginali, strette come sono tra il loro paese abbandonato da tutta quella gente indifferente, e il loro mondo lontano. Mi ha commosso di contro conoscere, e riconoscere un po’ alla volta, la vita di quel paese che sino ad allora avevo solo potuto studiare, una vita che ostinatamente oppone una strenua resistenza alla propria emarginazione, e alla discriminazione in cui è tenuto da chi abita la sua stessa terra. Una resistenza che non è fatta di azioni o processi, ma vive nella esistenza stessa di quel paese abbandonato, una esistenza fatta di pietre mute, di segni che non sanno più parlare ai sensi del passante distratto, epigoni di un lungo e stremato movimento. Sicchè tra il passante e il mondo che lo avvolge vige uno scarto quasi dimensionale, dentro al quale sorge il nuovo mondo, che piano piano sta esautorando e sostituendo quello antico, insensibilmente, come se gli occhi non potessero più vedere, e la mente, capire; come se l’antica simbiosi tra il paese e la sua gente si fosse definitivamente spezzata, e da allora i due mondi proseguissero la propria vita ignorandosi: il mondo dei viventi, e delle loro vite, e il mondo dei vissuti, degli ultimi testimoni. E’ questa esistenza che voglio ascoltare, le voci che ancora la esprimono in mezzo a questa rumorosa quiete, e che imperterrite continuano a vivere nel loro antico paese cercando di proteggerlo, cercando di scrivere nuove pagine della sua lunghissima storia, sua incredibile esistenza.

Questo diario si compone di episodi; potrebbero essere migliaia, ma da solo, e nel breve tempo che mi è stato concesso,  non ho saputo raccoglierne di più!

Episodio 1: Milano silenziosa

Episodio 2: Semplicemente, Giancarlo

Episodio 3: Quanta Roma fuit ipsa ruina docet

Episodio 4:..e in un giorno di settembre, scopersi la luce

Episodio 5: Trento Solitaria

Episodio 6: Rovereto nel futuro!

Episodio 7: Ivrea, la bella addormentata

Una delle opportunità più ghiotte della mia permanenza in Olanda era costituita dalla possibilità di poter viaggiare attraverso il nord Europa, alla scoperta di paesaggi, atmosfere, città e architetture, che costituiva poi una delle motivazioni principali del mio desiderio di trasferirmi fuori dall’Italia.

Durante quel periodo ho svolto attività di collaborazione come redattore della rivista digitale di architettura pubblicata come e-zine sul sito web della Maggioli http://www.architetti.com; per me questa è stata innanzitutto l’occasione per cercare una sintesi delle molteplici esperienze che andavo accumulando, e il pretesto per sforzarmi di uscire dalle semplici suggestioni della visita, e per impostare un metodo di lavoro basato sulla ricerca di un discoro più ampio e completo riguardo all’opera.

Di seguito gli articoli da me curati, che riguardano visite e viaggi fatti in Francia, Olanda, Germania, Danimarca e Norvegia.

Utzon1- Visita alle architetture di Jorn Utzon

Visita ai quartieri residenziali di Helsingor e Fredensborg

Corbu2- Un raccondo sulla chiesa di Firminy di Le Corbusier

Basato sulla visita alle opere del maestro, e sul racconto fatto da José Oubrierie al Kunsthal di Rotterdam il 30 agosto del 2008

OMA3- Due stazioni del metrò – OMA – Den Haag/L’Aia

L’interramento delle linee urbane del centro storico della città

Ypenburg4- Ypenburg – Due progetti a confronto

Progetti di MVRDV e Studio Bosch per il nuovo quartiere residenziale di Waterwijk, nella new town di Ypenburg (Olanda)

N&R5- Beeld en Geluid Institute – Hilversum, N&R architecten

Un “gioco architettonico” sulle immagini e i suoni

Onix6- Studio di provincia – Le opere e le idee di Onix architecten, Groningen

Piccole realizzazioni dei maestri del regionalismo architettonico olandese

Sverre27- Sverre Fehn – Cinque opere museali

Viaggio di formazione attraverso i paesaggi architettonici della Norvegia

Rudolph8- Un viaggio nell’opera di Rudolf Schwarz

Edifici sacri testimoni della rinascita culturale tedesca nel dopoguerra

Sno9- Un manto di pietre

Itinerario attraverso il nuovo teatro dell’opera di Oslo, firmato da Snohetta

Esercizi di notte / Night exercises

Erano tempi di nomadismo, fisico e del pensiero: il trasferimento alla Rose School di Pavia, dove finalmente potei dedicarmi a tempo pieno allo studio delle discipline scientifiche, i primi viaggi da persona indipendente, la scoperta della fenomenologia, ma non ancora dell’oriente.

Decisi di attrezzarmi in modo adeguato alla nuova situazione, e messa da parte, e da allora definitivamente, la “forma letteraria” come metodo di riflessione, presi a portare con me una attrezzatura tascabile composta da un taccuino di fogli Fabriano in formato A6, una penna sottile, due matite, una leggera e una più pastosa, un evidenziatore-matita color giallo, e un pastello doppio rosso e blu.

Questo era il metodo scelto per sperimentare in modo avulso dai contesti prevedibilmente variabili, come in effetti sarebbero stati; dai primi disegni incerti, alle prime vignette quasi simboliste, alle prime composizioni, il gioco si fece sempre più consapevole, fino a diventare un autentico modo di sondare i miei pensieri e le mie impressioni.

Se la penna sottile si dimostrò lo strumento di tracciamento preferito, e le matite erano parte storica del mio armamento da architetto, mi piacque dell’evidenziatore-matita il tono più credibile nel quale la tinta luminosa si sfaldava sulla carta semiruvida. Il pastello doppio, oltre a essere più compatto, mi ricordava infine che in tanti nella vita hanno dovuto affrontare una fase rossa e una blu, e io volevo vedere quale colore avrebbe prevalso.

Nessun dubbio che quello fosse il momento della fase blu. Me ne stancai in breve, e comparvero altri colori; finché mi accorsi che era giunto il momento della fase rossa, ma a quel punto, il mozzicone residuo del pastello era troppo corto per essere adoperato con cura, e soprattutto, scarseggiavano i fogli del taccuino, e con essi, finì anche il gioco. La fase rossa la vissi comunque, sotto altre forme, e forse ancora continua.

Perché la notte? Me lo sono chiesto tante volte. Forse perché solo lì potevo trovare i giusti momenti; ma la risposta migliore la trovo ancora tornando a sfogliare questo vecchio taccuino..