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Lezione 21

Lasciatemi lo spazio di una nota sul primo tentativo cinematografico di Baricco, “Lezione 21”.

Apprezzo molto chiunque trovi forza e mezzi per fare cinema d’autore in Italia oggi; ma non capisco la necessità di collegare il proprio esordio al desiderio di smantellare la sinfonia numero 9 di Beethoven.

Parto quindi dalla fine, perché risulta tutto più facile – se non avete visto il film, fermatevi dunque!!

Tutto l’argomento della critica, elaborata ed esposta in maniera cinematograficamente molto sofferta, da parte del protagonista, un anziano professore americano, sta nel fatto che quando Beethoven la scrisse, nel 1824, era già vecchio, e il suo ritorno alla musica sinfonica dopo gli anni dell’isolamento si materializzò in una musica da vecchi, destinata a scontrarsi inevitabilmente con un pubblico oramai stregato dalla nuova musica, quale del giovane Rossini.

Un fallimento preannunciato.

Questa chiave di lettura mi ha lasciato esterrefatto.

Prevede infatti che la qualità si misuri con il successo, ovvero con la capacità di compiacere il pubblico contemporaneo; e che su questa base possano estrapolarsi parametri oggettivi della qualità di un’opera di cultura, sulla base dei quali confrontare indiscriminatamente qualunque autore, qualunque situazione, e qualunque lavoro.

A supporto di questo approccio, Baricco effettua una scansione psico-esistenziale dell’ultimo Beethoven, evidenziandone i tratti di disperazione, il bisogno di una riscossa, di chiudere finalmente i conti con una vita tormentata, e partendo da queste motivazioni avalla il verdetto di un’opera con un valore prettamente individuale, e personale, ma di scarso interesse nei confronti delle esigenze evolute del pubblico di allora.

Io trovo molto scorretto mescolare le esigenze esistenziali dell’uomo, sovente molto materiali, a volte persino meschine, dall’ispirazione della sua volontà artistica; con un simile approccio nichilista si potrebbe distruggere qualunque autore, e qualunque opera: ma il significato del fare cultura non è questo, è invece insito proprio nella parola “autore”, colui che con la propria opera contribuisce ad accrescere il sapere di tutti.

Trovo inoltre incredibile che questa prospettiva di indagine individuale e psicologica si sostituisca integralmente ad un tentativo di lettura storica di quegli anni; soprattutto nel giudicare un autore, come Beethoven, che più di ogni altro aveva saputo interpretare lo spirito rivoluzionario dei proprio tempi.

Provando a contestualizzare un minimo, con quel minimo di cultura di cui sono dotato, appare uno scenario un tantino diverso. Ve lo racconto, ditemi cosa ne pensate.

Innanzitutto Beethoven all’epoca aveva 54 anni, e la nona costituisce la conclusione di una intuizione musicale che aveva concepito fin dalla giovane età. A 54 anni un uomo non può essere considerato “vecchio”; neppure nell’Ottocento. Certo quella musica è diversa dalla sua musica sinfonica precedente: è certamente la rielaborazione di un lutto personale.

Come dovremmo giudicare dunque un’opera di poco più tarda, come l’incompiuta di Schubert? Solo nei termini della rielaborazione di un lutto che ha distrutto una giovane vita, traendone un succo musicalmente amaro quanto avanguardistico, che contiene un gusto più autentico del frutto del dolore di un uomo di età matura? E del pathos esistenziale di un secolo intero di poeti scrittori e artisti maledetti, di Bohéme e fiori del male, e di rock-and-roll, dovremmo dire che furono frutti di un male di vivere artisticamente convincente, solo perché si è impossessato della vita di uomini giovani, e che il dolore maturato in età matura non ha diritto espressivo?

Andiamo allora a guardarci dentro, dico io, dentro alle differenze tra i dolori, e sulla capacità di tradurli in fonte di ispirazione artistica, e sul valore intrinseco in quella specifica operazione.

Si vede allora che la differenza tra la nona e le altre sinfonie di Beethoven non può essere ascritta solo all’età, e al dolore personale; di mezzo, si era verificato un evento che aveva cambiato per sempre il corso della storia, ed era il Congresso di Vienna. Peggio, c’era stata anche la repressione dei moti del ’21, che dell’entusiasmo illuministico rivoluzionario e romantico erano stati l’epitaffio.

Beethoven aveva posto in musica l’anelito di una umanità che per la prima volta nella sua storia, aveva capito di poter bastare a se stessa, e che vedeva in una rivoluzione dell’uomo interiore la condizione essenziale per qualunque riforma politica e sociale del mondo.

Il silenzio di Beethoven coincise con la chiusa dell’epopea rivoluzionaria, e con la restaurazione, con cui venne a drenarsi la vena di quell’entusiasmo liberale e antroposofista che aveva attraversato l’Europa con il vento e la fiducia di tempi finalmente, e radicalmente, nuovi.

La maturità musicale della nona non si contrappone agli slanci giovanili della sua precedente produzione, ma si accosta al passato, introducendo un profondo elemento riflessivo, tipico della maturità e del distacco, che è il vero frutto del dolore trascorso; la sua rielaborazione ci consegna non il tentativo di scuotere il mondo assopito dai nuovi ordinamenti politici, funzionali alla ribalta politica ed economica di una borghesia conformista, ma di consegnare al tempo il manifesto di un’epoca irrimediabilmente conclusa. Come Beethoven stesso altre volte ebbe a dire, era una musica scritta non per i contemporanei, ma per tutto il tempo a venire; un testamento.

Che ancora oggi ha un valore; perchè storicamente è indubitabile che il crollo del riformismo culturale che a cavallo dell’ottocento mirava a rinnovare la percezione dell’uomo di se stesso e della propria profondità abbia lasciato posto ad una fase culturale assai meno ambiziosa, richiusa in un sentimentalismo di matrice famigliare, e di ambizioni di proporzioni salottiere, o al massimo, coloniali; strascichi che hanno contagiato profondamente l’orizzonte umano, allorquando gli ideali rivoluzionari sembrarono di nuovo materializzarsi, nei moti risorgimentali del ’61: ma così contaminati, poterono solo preludere agli scenari umani e politici che avrebbero poi dopo, solo nel novecento, manifestato la loro tragica inadeguatezza. Non vi è dubbio che la storia dell’età europea moderna abbia proceduto per queste alternanze reali di slanci e ricadute, davvero di tipo yin e yang – restaurazione dopo rivoluzione, guerra mondiale dopo risorgimento, stalinismo dopo il manifesto di Marx, nazismo dopo Weimar, fascismo dopo futurismo, neoliberismo dopo il 64 americano..

Soprattutto in tempi come quelli attuali, in cui sembra mancare la capacità di reagire alla crisi profonda che ci attanaglia con l’attivazione di nuovi e profondi slanci di rinnovamento, quella sinfonia ci riporta alla radice stessa dell’atto creativo, poiché creazione capace di meditare su se stessa, sui suoi segreti percorsi, e di esporli, indicando un sentiero; è opera, e insieme metodo, opera, quasi didattica – da cui la necessità di darle parola, di farla addirittura cantare!, disvelamento del genio, dei pensieri e dei significati rinvenuti nell’arco di una intera esistenza, della radice stessa da cui, come allora si credeva, sarebbe potuta un giorno remoto nascere ogni prospettiva di rinnovamento futuro dell’umanità.

Posso capire che il pubblico viennese di allora, desideroso di creare per sé nuovi equilibri esistenziali dopo la perdita della libertà, ricercasse altre fonti di piacere e emozione; posso capire che il protagonista americano, lontano nel tempo e nello spazio, potesse non condividere questi segreti percorsi della storia europea.

Ma che uno scrittore europeo di oggi, che con questa opera cinematografica si vuole imporre come un intellettuale di riferimento, proponga una lettura così “giovanilistica” e in fondo, nichilista, quale riposta alle problematiche odierne, può solo farci ricordare che il dramma della parabola discendente che stiamo vivendo è tutt’altro che risolto, e che ciò che infine ci viene proposto è una mera rielaborazione del dramma contemporaneo, finalizzata a ritagliare al suo interno dei percorsi possibili, che sappiano fornire anche solo l’apparenza di nuovi margini di libertà, ma non la capacità, e neppure il desiderio reale di discutere al fondo le origini del dramma medesimo, e di incidere a fondo nelle coscienze che lo vivono.

L’apparato cinematografico costruito intorno a questa proposta, che trae apertamente dalle atmosfere di Ludwig e di Sokurov, ma solo per giungere a conclusioni opposte rispetto a quei tentativi, è coerente con le sue premesse.

Mi chiedo infine se non avesse ragione l’immenso Lyotard, quando descriveva la contemporaneità, come una titanica rielaborazione del lutto data dall’impossibilità, o dall’eccessiva difficoltà di perseguire nel mondo di oggi orizzonti umani davvero nuovi, e quando vedeva in questa visione titanicamente negativa l’espressione più autentica dell’umanità odierna, e della sua tragica, intrinseca non-libertà. Ecco io rispetto a questo so solo che non vorrei dire, oggi come allora a Beethoven toccò di esclamare con la sua ultima sinfonia: “La Gioia è morta. Viva la Gioia!”

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Dramatis persona

Un’idea abbastanza folle, nata dalla considerazione di quante cose a quel tempo si stavano agitando nella mia mente; cose che non trovavano non dico uno sfogo, ma certo una organizzazione, un percorso, una finalizzazione. Ridurre tutto ad unità non era possibile: e mi sembrava questa una osservazione sufficiente per essere promossa ad un rango più elevato di quello di semplice osservazione, per essere considerata un metodo generale.

In un tempo in cui Husserl, Wittgenstein e Derrida erano compagni di viaggio che non avevo ancora incontrato, questo “esperimento a tema” mi insegnò in seguito, e forse rimane questo il suo risultato più significativo, che non esiste un puro atto del “capire”, e che ogni vera “comprensione” coindice in realtà con il ricreare quell’identico percorso di pensiero, con il “reinventarlo”, come se fosse nato dentro di noi, per la prima volta. Del tutto analogamente, ritengo anche che l’atto stesso dell’inventare primigenio non sia, in realtà, altro che un “reinventare”, e che ogni scoperta derivi probabilmente dall’applicazione di strutture mentali che abbiamo già, almeno in parte e magari in tutt’altro modo, sviluppato. Ma questo forse lo vedremo meglio tra qualche anno.

Così questo testo, come altri, alla cui stesura mi ero dedicato negli anni precedenti, costituisce la summa della mia scolastica di allora, e mi rinnova il rammarico di non trovare tanto spazio oggi per sviluppare percorsi analoghi; perchè nessun pensiero, nemmeno il più stupido, è inutile; semmai, corrono il rischio, i pensieri, quello sì drammatico, di rimanere soli.

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