Archivi categoria: Allo specchio

John Cage (l’ascolto)

What we re-quire  is  silence ;  but what silence requires  is  that I go on talking  .

Questo può sembrare strano, detto da un musicista.

E ancor più strano è pensare che da questa affermazione possa nascere una musica.

Come può una musica cercare il silenzio?

Niente di strano; ogni qualcosa è una eco di un niente.

E allora cosa fa, una musica che non cerca il silenzio?

Meglio ancora; cosa puoi farci tu, con questa musica?

Dai una spinta a ogni pensiero; cadrà facilmente.

E quando tutto è caduto, cosa resta?

Ma le cose non spariscono mica; nè sono mai davvero vuote in se stesse. Sentite qua:

La tecnica di maneggiare i materiali è, a un livello sensoriale, quello che la struttura è a un livello razionale: un modo di sperimentare il nulla.

Alla fine salta fuori che il silenzio delle cose è la loro vera ricchezza, che chiama a un legame, a un amore, a una attesa, nel quale le cose possono essere suscitate in infiniti modi, senza mai finire adombrate, senza il bisogno di racconti, sovrastrutture o metafisiche che tanto non saprebbero mai raccontarle davvero, nè tantomeno, coglierle nella loro essenza.

Allora la musica può davvero cercare il silenzio, perchè può spezzare il bisogno degli infiniti racconti nei quali nascondersi, e nasconderle, e alla necessità di leggere tra le cose comunque una storia, che è innanzitutto una proiezione del nostro tempo e di noi stessi che le cose in sè non hanno, può sostituire la necessità del vero ascolto.

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Paul Klee (l’occhio)

Perché Klee?

Perchè pur essendo un unico, non ha mai condensato il suo lavoro in uno stile.

Per la sua vita, eternamente trascorsa alla ricerca di qualcosa, eternamente in movimento; lui che eppure qualcosa aveva trovato, lui avrebbe potuto fermarsi; ma non era una firma, il suo reperto; non era una fama; non un metodo, non un patrimonio di forme. Lui aveva davvero trovato qualcosa.

Se i cubisti avevano messo in immagine ciò che Bergon chiamava la Durée, la Durata subitanea delle cose nel tempo; se gli espressionisti avevano in fondo giocato con la Gestalt; Klee non si limitava a giocare e a rappresentare: lui voleva riprodurre l’uomo nella sua complessità più completa, attraverso i suoi stessi segni.

“Il pensiero di dover vivere in un’epoca di epigoni mi è quasi insopportabile. In Italia mi vi ero rassegnato. Adesso cerco, in pratica, di prescindere da tutto questo e di costruire da modesto autodidatta, senza guardarmi intorno. Presentemente tre sono i punti: l’arte antica, greco-romana (materia) con una concezione obiettiva orientata verso il di qua e la gravità architettonica; il cristianesimo (psiche), di concezione subiettiva, orientata verso la trascendenza e la musicalità.  Il terzo è che sono un modesto e ignorante apprendista che impara da solo, un minuscolo io”.

Questo brano dei diario fu scritto nel 1902, ad appena 23 anni, di ritorno dal suo Italienische Reise. C’è già la parola chiave della sua vita, costruire; da dove può partire a costruire, un giovane aspirante progono? Lui partì da ciò che sentiva già suo: le linee che da sè sanno descrivere universi, e i colori, che il mondo non sa valorizzare abbastanza.

Ma è davvero il mondo, soprattutto quello dell’uomo, a non essere abbastanza colorato, o non è piuttosto che noi in fondo non necessitiamo di tutta questa rappresentazione del colore, perché già la nostra mente è abbastanza colorata, e perchè, sempre in fondo, i colori della mente non nascono per forza dai colori del mondo? E che dire di tutta questa aspirazione a disegnare forme, quando le forme nascono da sole, senza bisogno di alcuna azione di disegno?

Ottime ragioni per concentrare l’indagine sui questi materiali di elezione. A patto ovviamente di non cadere nella trappola di usarli per rappresentare qualcosa; linee e colori tracciati sulla carta sono invece percorsi di racconti che si costruiscono così come si costruisce l’esplorazione dell’occhio, la comprensione della mente, la familiarizzazione dei luoghi; tratto dopo tratto, la conoscenza si esplica come riproduzione di un percorso, che procede fino a rinsaldarsi in una forma, la quale a solo a quel punto può dirsi espressiva, colorata e delineata.

Nel momento in cui la comprensione si attua tramite il costruirsi del percorso pittorico, essa esce dalla temporalità dilatata in Durata, per rifugiarsi nella definizione di una mappa sensoriale, attraverso la cui lettura il lettore può impadronirsi di tutto il supporto emozionale che costituiva la scoperta originaria connessa all’atto creativo, l’impulso a sperimentare su di sè, e quindi a esprimere attraverso l’uso dei segni e dei i colori; quello che Giuseppe di Giacomo ha efficacemente chiamato la preistoria del visibile.

Perché il percorso artistico rimarrebbe incompiuto, se l’impulso creativo da cui scaturisce non sapesse ricondurre il lettore verso una dimensione rivelatrice dei movimenti interiori che ne costituivano il desiderio di conoscenza, di ricerca, di esplorazione, di vita; quei movimenti tracciano linee, ognuna a sua volta unica e parlante, che incontrando lungo il cammino i domini inattesi che l’ispirazione via via dischiude, incendiano i campi dei colori interiori.

E l’occhio, percorrendo queste tracce lasciate sul foglio / mappa, si sorprende si stupisce, costruisce le proprie emozioni, le capisce. La mappa sensoriale del dipinto ha una rugosità che sposta la vista dentro un dominio quasi tattile, un luogo pieno di venature e rilievi sprofondati nelle superfici cromatiche, imprevedibili e avventurose, un viaggio condensato in pochi centimetri quadrati, che ustiona, ferisce, sana ed esalta la carne di cui si compongono l’iride e la pupilla, e tutto ciò dentro vi si collega, scolpisce il suo concetto, che permane infine come uno stato d’animo che non è più possibile descrivere.

E’ una scoperta fatta di tensioni, di fenomeni non ancora avvistati, di umanità dubbiose e incompiute, di travagli e stati d’animo confusi, di pace e felicità provvisorie, instabili; di empatie e innamoramenti, di paure, di problemi insolubili. Questa pittura dischiude l’umanità più radicale, e ne descrive l’infinita ricchezza di libertà, quell’unica libertà superstite che è la scoperta del sostrato emozionale inesauribile che si nasconde dietro ogni scoperta, dietro ogni percorso; e non guarda più alla necessità di descrivere il mondo in quanto ambiente bersaglio di questa interiorità, guarda invece al pretesto che questo mondo offre per il suo dispiegarsi. Nella composizione dell’opera essa viene scomposta in un materiale grafico mutevole e indefinito di sensazioni di stupore che sono la voce dell’ingenuità radicale dell’uomo di fronte a un mondo impossibile da chiudere in una cornice, o in un trattato; impossibile latore di stanchezze.

Ed è il segno più sconvolgente di questa arte la sua capacità, a partire da questo materiale, di ricomporre segni che saldandosi in figure, riescono a non disperdersi in un’astrazione priva di logica, ma si concretizzano invece in qualcosa che, seppure a distanze abissali dalla semplice ricerca di una resa formale o evocativa del proprio tema, tenta di approssimarsi a una immagine,  un contesto, una situazione, che la familiarità con il mondo abbia con il tempo potuto intrecciare.

Così, nella sua opera sterminata lui ha scomposto e ricomposto, e così descritto, il nostro mondo; quello che pensava, che desiderava fosse il nostro mondo. Questo desiderio, a mio avviso, è il senso del suo reperto.

Per questo desiderio

Edmund Husserl (la mente)

L’incredibile racconto della (mia) fenomenologia

Ci sono molti modi per avvicinarsi alla fenomenologia. Il mio è stato solo uno dei tanti. E’ che da piccolo volevo fare l’Archeologo. Poi col tempo mi convinsero che avrei fatto meglio a concentrare le mie energie a vario titolo sul mondo dei viventi, piuttosto che sulle persone che avevano già vissuto. Ma il mio scaffale continuò a riempirsi di manuali di storia, dai Sumeri agli Hittiti, passando per la Ebla di Matthiae e i Babilonesi, e ovviamente, al cuore di tutto, l’antico Egitto. Ci vollero poi altri  volumi di storia Greca e Romana per accompagnarmi alla riscoperta del Medioevo e infine, complice una tesi di laurea alquanto inusuale, ad un tuffo verticale nell’età dell’Umanesimo. In seguito l’approccio mio cambiò, e con il Dottorato entrai a pieno titolo nell’età barocca per il portone principale delle coppie Cartesio/Galileo, e Newton/Leibniz, il che portò, complice Deleuze, ad una ulteriore revisione delle mie abitudini, ora orientate più verso Kant e poi l’idealismo tedesco, che mi lasciò al tempo stesso basito e insoddisfatto. Fu quindi profonda, anche se breve, la soddisfazione di leggere Nietzsche, allora più di Marx, che mi fece piazza pulita di buona parte dell’ottocento romantico, e giunto quindi alle soglie di Bergson, e in seguito, della scuola di Marburgo passaggio obbligato per un Architetto in cerca di cultura, le oltrepassai, perchè in Facoltà si diceva che il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente nessuno lo avesse descritto con più penetrazione che Martin Heidegger, e che la rottura con il suo maestro riguardo al significato della fenomenologia avesse aperto la riflessione filosofica, e qualcuno vociferava anche politica, propria del Novecento.

Per capire Heidegger non basta leggere i suoi libri. Per capire Husserl sì. E dato che lo scopo di un libro, se non quello di “farsi capire”, certo più che “lasciarsi interrogare” è quello di “far capire”, mi appassionai; soprattutto del concetto che l’unico risultato davvero importante del pensiero non sono le sue costruzioni concettuali, per quanto ardite e ricche di sensi, ma la comprensione dei persorsi interiori della sua azione concettualizzante, i quali devono essere interrogati come fenomeni a se stanti, da osservare con fascino e ammirazione e senza prenderne parte, indagando invece le ragioni, le motivazioni, le passioni e le costruzioni del loro farsi; metteteci  anche quel bel carico che è il libro di Foucault, l’Archeologia del Sapere, e capirete perchè, come l’ho capito io, mi sembrò che mi si fosse chiuso un cerchio, e che la ruota avesse cominciato a girare.

Il passaggio fondamentale è però stato, senza dubbio, lo studio della  matematica, al quale, seppur senza raggiungere i livelli che mi ero prefissato, mi dedicai con perseveranza durante il Dottorato; sarà l’attitudine del costituirsi della matematica come insieme di luoghi e movimenti precisamente delineati ai quali viene affidato il compito di tratteggiare il potenziale logico con il quale un pensiero può esprimersi: ma non posso più discernere nei i miei ricordi tra lo studio dei manuali di matematica, e quello dei testi di Edmund Husserl. C’è da dire che lui stesso era approdato alla fenomenologia trascendentale, che di fatto è una teoria del pensiero contemporaneo, dopo essersi dotato di una profonda cultura scientifica, e attraversando un percorso di ricerche nella logica assai innovative; e questa matrice accomunerà in vario modo tanti personaggi che dopo di lui si interessarono e svilupparono la sua teoria, e tanti che la studiarono con passione.

Il suo progetto era difatti troppo ampio per risolversi nella vita di un sol uomo, e non ricordo di fatto un’altra filosofia che venne costruita con tale piglio collettivo, al punto che la disciplina in sè, la fenomenologia trascendentale, è divenuta ben più familiare del nome del suo fondatore; e neppure ricordo un’altra filosofia nella quale i suoi “successori” poterono ripartire dall’opera originaria, sviscerandola ed emendandola, ma comunque proseguendone senza mai contraddirne lo spirito e l’ambizione, il percorso di costruzione dalle fondazioni di una nuova cultura del pensiero; un pensiero che ambisce a farsi scienza nel senso suo più pregnante di pensiero consapevole, e incapace di porsi in contraddizione con le forze dell’istinto, della libertà, della creatività e dell’indeterminazione che grazie a questa consapevolezza ne saranno per sempre riconosciute come parti fondanti. Dico “successori”, perchè nello sterminato mondo della fenomenologia e delle sue variegate derivazioni filosofiche e disciplinari è possibile davvero, a mio avviso, stabilire una cronologia di autori che nel tempo hanno mantenuto la rotta lungo la traccia originaria del fondatore, alla ricerca del senso compiuto del trascendentale che c’è nell’uomo; tale, per me, è la successione ideale che collega Edmund Husserl a Aaron Gurwitsch, e a Giovanni Piana.